Effetti soggettivi del cartello

Lacan – Per prevenire l’effetto colla si deve fare permutazione, al termine fissato di un anno, massimo due

Quattro si scelgono

Lacan – Quattro si scelgono, per portare avanti un lavoro che deve avere il suo prodotto. Preciso: prodotto proprio di ciascuno e non collettivo

Il cartello è trans-

Celine Menghi – Il Cartello è un’invenzione di Jacques Lacan che si pratica nel Campo freudiano a partire dalla seconda “epopea”: prima segnata dalla scissione del 1953, poi dalla scomunica di Lacan con, nel 1964, la creazione della Scuola. È l’epopea in cui si delinea la Scuola concepita diversamente da come, al tempo di Freud, si concepiva l’istituzione analitica, calcata sul modello dell’Esercito o della Chiesa.

Il Cartello, nel 1964, si presenta addirittura come unité-cartel, dato che Lacan chiedeva che si aderisse alla Scuola in “formazione cartello” e non a titolo individuale.

Un legame con la Scuola

Jacques Lacan – Il signor A., filosofo, che è spuntato da non so dove per stringermi la mano sabato scorso, mi ha fatto riemergere un titolo di Tristan Tzara.

Risale al Dadaismo, vale a dire non ai salamelecchi che cominciano con “Littérature” – rivista a cui non ho dato neppure una riga.

Mi si attribuisce facilmente un surrealismo che è lungi dall’essere del mio umore. L’ho provato contribuendovi solo lateralmente, e molto tardi, per stuzzicare André Breton. Devo ammettere che Éluard mi faceva tenerezza.

E pluribus non unum

Davide Pegoraro – Ho la fortuna di lavorare con altri, tra cui la responsabile dei cartelli per la SLP, a un cartello con partecipanti provenienti da due Scuole della AMP. Il tema di lavoro scelto riguarda il Parmenide e la lingua in cui è stato scritto e la questione dell’Uno. Ciascuno affronta il tema e approccia la lingua greca – e anche quella latina – con lo stile singolare che ad esse lo lega, nella sua lingua materna, a volte in quella dell’Altro, ossia il francese, in ogni caso comunque sempre e soltanto la sua.

L’interesse

Marco Focchi – L’invenzione del cartello da parte di Lacan, come sappiamo, è una macchina da guerra contro le gerarchie cristallizzate delle Istituzioni psicoanalitiche. Il cartello si svolge su un argomento d’interesse comune, e l’interesse è il vettore del lavoro. Questo significa che il lavoro non è trainato da un leader, da un conferenziere, da un’insegnante da cui l’insegnamento discende. Il cartello è la struttura fondamentalmente democratica del lavoro nella Scuola.

La porta del cartello

“Che nessuno entri qui senza essere entrato in un cartello”: potrebbe essere un’insegna da appendere sulla porta della Scuola, nello stile di quella che si leggeva quando si entrava nell’Accademia di Platone: “Che nessuno entri senza sapere la geometria.”

Il cartello è il principio della Scuola, la disciplina proposta da Lacan per articolare l’attività del gruppo con il lavoro particolare di ciascuno: la sua esperienza di lettura e di ricerca, il suo percorso nel sapere da quello che non sa, anche la sua invenzione, quando si produce.

Se il titolo con cui si nomina il cartello (il tema) è comune, il prodotto è particolare di ognuno e si offre al controllo della Scuola come un modo di far avanzare la psicoanalisi.

Un pilastro che poggia sul nontutto

La rivoluzione del cartel: la macchina da guerra contro I conferenzieri.

Nell’Atto di fondazione Lacan non dice: “Per lo svolgimento del lavoro, adotteremo il principio di una elaborazione sostenuta con dei seminari, dei corsi, delle conferenze, delle Giornate di Studio”. Dice:

“adotteremo il principio di una elaborazione sostenuta in un piccolo gruppo”1

Il lavoro. Che lavoro?

“Che ciascuno ci metta del suo”

Il signor A., filosofo, che è spuntato da non so dove per stringermi la mano sabato scorso, mi ha fatto riemergere un titolo di Tristan Tzara.
Risale al Dadaismo, vale a dire non ai salamelecchi che cominciano con “Littérature” – rivista a cui non ho dato neppure una riga.
Mi si attribuisce facilmente un surrealismo che è lungi dall’essere del mio umore. L’ho provato contribuendovi solo lateralmente, e molto tardi, per stuzzicare André Breton. Devo ammettere che Éluard mi faceva tenerezza.

La scuola a rovescio

Una lettura attenta dell’Atto di fondazione non dovrebbe lascia nessun dubbio: nell’intento di Lacan, il lavoro della Scuola, che “reintroduca il vomere tagliente della sua verità, che riconduca la prassi…al compito … denunci le deviazioni e le compromissioni…” passava tramite il cartello. Con il cartello, vale a dire: non con i seminari, né con i corsi o le conferenze o i convegni. Nulla di tutto ciò: il cartello.